Cresta dell’Innominata speed in cordata: Denis Trento e Robert Antonioli sul Monte Bianco

Il racconto di Denis Trento che con Robert Antonioli ha salito la Cresta dell’Innominata sul Monte Bianco in soli 6 ore e 10 minuti. Una salita veloce sì, ma interessante soprattutto perché la cordata ha gestito con maggiore sicurezza la salita.

Due giorni fa Denis Trento e Robert Antonioli hanno effettuato una salita veloce della Cresta dell’Innominata, partendo e tornando dal campeggio La Sorgente in Val Veny e salendo fino in cima al Monte Bianco in 6 ore e 10 minuti. I due sono poi scesi in 3 e 50 passando dal Rifugio Gonnella, e tutto il Miage e la Val Veny. Il tempo di salita non è un record assoluto – ricordiamo a questo proposito le velocissime salite di Ueli Steck nel 2016 e Kilian Jornet Burgada nel 2012 – ma è interessante e soprattutto importante perché a differenza delle solitarie, i due hanno salito legandosi in cordata, proteggendosi quindi per gestire con maggiore sicurezza l’ascesa. Ecco il racconto e il punto di vista della guida alpina Denis Trento.

Innominata speed in cordata di Denis Trento

La velocità in montagna è per forza di cose inversamente proporzionale a due fattori: peso e sicurezza. Esiste invece una correlazione diretta con livello fisico e condizioni della montagna.

È proprio ponendo molta fiducia su questi ultimi fattori, che mi è venuto in mente di proporre a Robert Antonioli, uno degli sci alpinisti più forti del momento, di fare una salita al Monte Bianco in velocità.

L’idea è subito stata quella di passare per la Cresta dell’Innominata. I motivi sono diversi: in primis la bellezza della via, il fatto che sia molto diretta e non ultimo, perché su questo percorso, in passato si sono in qualche modo confrontati Ueli Steck e Kilian Jornet, i fari dell’alpinismo veloce moderno. Essendo noi molto più scarsi, per di più in due ed entrambi padri di famiglia, non abbiamo potuto scendere troppo a compromessi riguardo alla sicurezza della cordata. L’aver improvvisato in mezza giornata la cosa ha poi contribuito in modo significativo al peso dell’attrezzatura che avevamo a disposizione.

Ci troviamo così al Campeggio La Sorgente (per gli alpinisti il campeggio di Matteo Pellin) a partire alle 3 di notte, con più o meno lo stesso materiale che avrei portato se fossi andato a fare la salita, in stile classico con un cliente. Robert era forse messo anche peggio, avendo avuto sottomano soltanto degli scarponi da alta montagna di almeno 6-7 anni fa e altro materiale che in parte starebbe meglio in qualche museo del CAI.

Ad ogni modo i nostri 8 chili abbondanti (stima per difetto) non si fanno sentire troppo fino al Rifugio Monzino (1h e 5’), dove Mauro, più che una colazione ci aveva preparato un pranzo di nozze. E rimangono abbastanza leggeri, almeno per Robert, fino al col Eccles (3h). Nei primi 2500 m di salita siamo quindi stati in linea con quanto fatto dai nostri illustri predecessori.

Da lì in poi, il distacco che lentamente iniziamo ad accumulare, più che dal peso, inizia a dipendere dalla gestione in sicurezza in cordata. Dal momento che ci si lega, o ci si protegge, o semplicemente ci si rassegna al fatto che una eventuale caduta significherebbe solo la condivisione del funerale.

Nonostante il tempo perso in manovre, in 6 ore e 10’ sbattiamo contro le gelide raffiche di vento che tirano in cima al Bianco. Per buona mezz’ora, l’esserci tirati dietro quasi tutto il catalogo delle giacche Karpos, acquista improvvisamente il suo senso.

Il tempo di salita si lascia apprezzare, lasciandomi con l’idea che semplicemente alleggerendosi un pelo (3-4 kg dipendevano solo dal materiale) e avendo un pelo di affiatamento (era la prima volta che ci legavamo insieme) ci sarebbero margini di miglioramento enormi.

Per contro, cercare confronti in discesa a piedi con Kilian Jornet è follia pura per praticamente tutti i bipedi del pianeta, ma anche uno stambecco non al top della forma avrebbe dei bei problemi a scendere dal Bianco a Chamonix, passando dal Goûter in meno di due ore. Non a caso Ueli Steck aveva saggiamente svicolato rientrando con la dovuta calma in Val Veny, passando dai Trois Monts e poi dal Rifugio Torino.

Volendo anche noi “personalizzare” il nostro anello, non ci restava altro che la discesa lato Gonella. Non avendo i nostri amati sci ai piedi, la discesa ci ha fatto scemare un po’ di entusiasmo, ma tra una Coca-Cola e l’altra, abbandonando finalmente un po’ di materiale prima al Gonnella e poi al Cabane du Combal, siamo rientrati al punto di partenza rimanendo di poco sotto le 10 ore.

Al di là della “classifica”, la vera soddisfazione viene dall’aver saputo gestire in sicurezza una salita fatta nello stile che normalmente tende a sacrificare questo aspetto, anche se il livello di mal di gambe preventivato è stato superato di molto…

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